Cosa imparare dalle lotte Gay

Le unioni civili ora ci sono.  E zitti e mosca. Ma in me nasce il domandone:
perché la popolazione è riuscita a riunire intorno ad un’unica protesta anche persone non direttamente interessate dalla legge in questione (che ne so, etero sposati che si sono battuti per i diritti di omosessuali single)?
E perché invece per altre battaglie questo non riesce?

Prima di pubblicare un best-seller dal titolo “Vinci come un gay“, posso intanto raccogliere qualche punto che può aiutare chiunque a combattere per i propri diritti.
Cosa hanno avuto i gay che noi non abbiamo?

1) La coesione. Sembra una cosa scema, ma se io non so che tu hai la mia stessa idea mi sentirò molto più sola nel sostenerla. E questo vale sia che tu voglia una legge che ti tuteli sia che tu voglia il microonde in ufficio.
Chiedere una cosa da soli non è utile, quando si tratta di qualcosa di grosso.

2) La tigna. Lottare dopo uno scandalo, inferocirsi dopo un’ingiustizia grossa o dopo una puntata di Report è facile. La cosa difficile è lottare quando a nessuno frega nulla.
E questo passa anche attraverso i mercatini sfigati, le giornate rionali di sensibilizzazione, gli eventi Facebook a cui non va nessuno.

3) Una grande capacità di ridicolizzare pubblicamente l’avversario, e di dargli un nome. Pagine come I Sentinelli di Milano hanno avuto un peso enorme nel riunire e nello smuovere. Ridere di chi ti vuole negare un tuo diritto fondamentale e far sì che altri ne ridano è un’arma quasi invincibile.
Pensate solo se esistesse una tale morsa di ridicolo che avvolge chiunque faccia battute di cattivo gusto sulle persone grasse. Per dire.
Immaginate un mondo in cui la gente si sente in dovere di mettere le mani avanti dicendo “io non ho nulla contro i grassi, ma…” o “ho un sacco di amici grassi” per il semplice fatto che sa di stare per dire una bestialità e vuole mettere le mani avanti.
Se esistesse la parola “grassofobo” esisterebbe un’etichetta orribile da attribuire a chi si comporta in maniera non gradevole con le persone in questione.
Se il maschilismo fosse considerato davvero un problema serio e non una fissazione di quattro galline ci si penserebbe due volte prima di dire cose come “quella è acida perché non tromba”.

4) Il rendere percepibile la globalità della propria lotta. Un quindicenne che si suicida perché gay non è un fallimento suo, o della famiglia, ma un fallimento dell’intero sistema.
Ma altri tipi di fallimento non sono trattati allo stesso modo. Anche una ragazza molestata in discoteca è un fallimento dell’intero sistema, ma non è percepito come un problema della società, ma come l’imprudenza di una tipa che si è messa una gonna corta e l’ubriachezza tutto sommato scusabile di un ragazzo che in realtà è bravissimo e dà tante soddisfazioni alla sua mamma.

5) Il togliere la colpa alla vittima e passarla al carnefice. Non sono io che sono gay, il problema, sei tu che sei omofobo.
Et voilà.
Ma non puoi ancora dire “sono una donna incinta e non posso tenere questo figlio, ma non sono colpevole di nulla”.
O meglio, potresti anche dirlo. Ma per ora sei tu, il problema, perché sei una donna che non vuole inserirsi nel corso naturale e giusto delle cose.
Un esempio da non seguire. Ti vengono attribuite caratteristiche che non possiedi per farti sembrare il più anormale possibile.
Vuoi abortire perché tu non sei stata prudente, tu non sai gestire il tuo corpo, e fa nulla se in realtà lo avete fatto in due.
La tua capacità di generare è più importante della tua stessa vita, quindi la società intera è autorizzata a giudicarti perché gli vuoi sottrarre un membro.
Gli omosessualie e i loro sostenitori hanno ribaltato questa visione: non sono un colpevole.

Avete cercato di inventare per me colpe di tutti i tipi, ma io non sono un colpevole.

6) Il dimostrare che i diritti non si meritano. Perché mai io dovrei dimostrarti che sono in grado di stare in coppia? I diritti non si meritano. Quelle sono le promozioni, e sono un’altra questione. La teoria del “meritiamoci i diritti” è quella che ci ha convinte che dovevamo “meritarci” di fare lavori da uomini e magari essere anche pagate allo stesso modo.
Col cazzo. Puoi criticarmi per come uso il mio diritto, ma non puoi negarmelo a priori perché “non è ipotizzato che io lo abbia”.

7) Fanno riflettere, almeno un pochino.
Le coppie che si dividono equamente i lavori sono ultramoderne ancora ora (quanti uomini sono osannati perché sanno addirittura stirare? Seriamente, vi sembra una cosa sana?)
Però Mario e Matteo dell’appartamento accanto campano benissimo pure senza una donna in casa. Ohibò.
Ma scusa allora i gay sono tutta una razza a parte con regole diverse?
Oppure vale la pena chiedersi perché, di grazia, e in nome di cosa io femmina sono deputata fare certe attività?
Perché sono io che devo lasciare il lavoro pr occuparmi di nonna anziana? Quelli che hanno detto “le donne sono adatte ai lavori di accoglienza e la cura è nella loro natura” non mi hanno chiesto la mia opinione in merito, quindi sono autorizzata a pensare che non si riferissero a me.
Period.
Ok, io ero femminista pure prima di conoscere i miei amici gay, ma il punto è che scoprire che esistono persone che non vivono come te può farti un gran bene, fosse solo perché ti domandi come vivono.

8) Ridimensionano la rilevanza del sesso nella vita, pur sostenendone il valore.
“L’amico gay” pian piano si scrollerà di dosso l’etichetta anni novanta di personal shopper (che pure ha fatto comodo, eh, per entrare nel cuore di tutte noi) e diventerà, che ne so, “l’amico architetto”, come succede per tutti.
L’orientamento sessuale non sarà più la caratteristica principale di una persona.
I gay sono anche altro. Le mamme sono anche altro. “Gay”, “mamma”, “donna”, non sono personaggi, sono modi di essere, relazioni, biologia. Ma noi non siamo solo il nostro ruolo, o la nostra dose di biologia.

Insomma, cari miei, c’è solo da imparare, qui.

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